Grupo Brasileiro da Associação internacional de Direito Penal

La Percezione Sociale della Vittima del Reato

Pierpaolo MARTUCCI*

* Docente di Antropologia Criminale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trieste e di Criminologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Trieste

(Versione abbreviata della Relazione al Convegno Nazionale “Modernità e diritti: la tutela delle vittime” Firenze 11- 12 ottobre 2002)

1. Introduzione

L'avvento della modernità e la secolarizzazione hanno gradualmente ma irrevocabilmente determinato lo smarrirsi del significato originario della parola vittima, smarrimento che segna anche la perdita di ogni finalismo, di ogni valore trascendente (ed insieme sociale) riconosciuto a quello status. Infatti, il termine vittima deriva dal latino victima (di etimologia incerta e forse etrusca) usato in antico per indicare espressamente l'animale - e nei tempi più remoti anche la persona - immolato agli Dei nel corso del rito sacrificale. Questo significato squisitamente religioso, che legava in modo indissolubile il sacrificio di una vita ad una finalità trascendente di comunicazione con il divino, determinando la sacralizzazione della vittima stessa, era stato in un primo tempo sostanzialmente conservato nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo medioevale, così ricco di pregnanti metafore sacrificali.

Il termine attualmente indica una generica condizione di negatività, di passività, il caso di colui il quale ha subito un danno personale o patrimoniale o ha perso addirittura la vita, normalmente in seguito ad eventi esterni che ha dovuto subire. In rapporto alla natura di tali accadimenti, si distinguono varie “categorie” di vittime: quelle dei disastri naturali (come un terremoto, o l'alluvione), quelle degli incidenti stradali, degli incidenti sul lavoro, le vittime dei reati. Esistono differenti modalità di percepire socialmente queste categorie e quindi di rapportarsi con le stesse: si va dalla partecipazione emotiva generica verso le vittime degli eventi naturali, all'assuefazione nei riguardi delle sciagure stradali o all'indignazione per le vittime del lavoro, tutti sentimenti che si traducono prevalentemente in atteggiamenti di natura solidaristica o assistenziale

Rispetto a questi esempi, la percezione delle vittime del crimine si distingue, per così dire, in negativo: la memoria sociale nei loro confronti (al contrario di quanto avviene per i criminali) è singolarmente breve e il più delle volte scompare poco dopo l'evento delittuoso, mentre non vi è alcun comportamento codificato nei riguardi di questo genere di vittime. Come è stato provocatoriamente osservato “una volta commesso il reato, l’offeso non pone alcun problema: basta seppellirlo”. Le riflessioni che seguono sono rivolte alla considerazione di questo apparente paradosso.

2. Le modalità sociali di percezione delle vittime dei reati

Occorre innanzitutto precisare che l'atteggiamento psicologico ed emotivo che si determina in rapporto alla parola vittima varia in funzione del tipo di reato. La solidarietà e la vicinanza affettiva mancano del tutto quando non è possibile fissare un oggetto relazionale empatico, poiché le vittime sono percepite come inesistenti, astratte, troppo generiche o indeterminate:

  • è innanzitutto il caso dei reati c.d. “senza vittima”, i vage Vebrechen della dottrina tedesca, in cui l’interesse offeso appartiene genericamente ad una collettività non delimitata, come nei delitti contro la pietà dei defunti o contro l’incolumità pubblica;
  • in altri esempi (delitti contro la Pubblica Amministrazione) il bene violato è un generico “interesse pubblico”;
  • la situazione si ripropone nei reati come furti o truffe commessi ai danni di enti economici impersonali, come banche, società finanziarie, assicurazioni, la cui percezione sociale è oltretutto spesso negativa;
  • vi sono infine reati di cui, in un certo senso, tutta la comunità si sente vittima (crimini ambientali, reati fiscali).

E’ poi necessario sviluppare un differente e più sofisticato livello di analisi nel caso dei reati contro persone fisiche. In effetti, nozioni come quelle di vittima e di aggressore sono generalmente frutto, nel linguaggio comune, dell’applicazione di categorie routinarie utilizzate come classi di equivalenza per l’identificazione sociale delle persone, al pari di numerosissime altre condizioni (padri, bambini, uomini d’affari, Italiani, ecc.); ogni singola persona può essere identificata mediante l’uso di un largo numero di categorizzazioni.

Ciò significa che determinate categorie - indipendentemente dalla aderenza ai dati reali - sono richiamate in modo preferenziale per identificare da una parte le vittime, dall’altra gli aggressori: aspetti importanti riguardano variabili come l’età, il sesso, lo status sociale, l’attività lavorativa. Queste categorizzazioni influenzano direttamente la percezione sociale della vittima, anzi la stessa definizione della medesima come tale e orientano in modo decisivo gli orientamenti empatici nei suoi confronti. I mezzi di comunicazione di massa impiegano una tipologia ampiamente basata su categorizzazioni nel citare, descrivere e riportare le vittime: queste ultime sono prevalentemente rappresentate come appartenenti al sesso femminile o come soggetti molto giovani o molto anziani, mentre i maschi delle fasce centrali di età compaiono piuttosto come criminali. Riprendendo una prospettiva di quella che è stata definita vittimologia critica , si può affermare un po’ provocatoriamente che se il criminale – secondo la lezione degli interazionisti simbolici – può essere socialmente costruito, altrettanto si può fare con la vittima.

Così, ad esempio, il profilo di una studentessa minorenne si inserisce facilmente nella comune percezione della categoria di vittima, mentre quello di un soggetto maschio trentenne senza occupazione fissa corrisponde al comune stereotipo dell’aggressore/reo. Proseguendo con gli esempi, in questo senso, un cittadino di età avanzata e di media estrazione sociale, rispetto ad un extracomunitario immigrato clandestino, è visto tendenzialmente come destinato ad assumere il ruolo di vittima in rapporto a comportamenti illeciti attribuiti al secondo. Dunque, se vi è una generale sottopercezione delle vittime, l’eventuale appartenenza a categorie diverse da quelle a cui il senso comune le associa o, peggio ancora, accostate a condotte devianti, determina un ulteriore e più grave esclusione.

Un altro ostacolo allo sviluppo di sentimenti di empatia e di identificazione può derivare dalla presenza, nei confronti di determinate categorie di soggetti, di una legittimazione culturale alla vittimizzazione: in effetti la percezione che i delinquenti hanno delle vittime reali e potenziali è profondamente influenzata dalla cultura in cui vivono, che può concorrere a ridurre grandemente le inibizioni nel confronto del passaggio all'atto delittuoso. Un caso paradigmatico era la violenza carnale del marito sulla moglie, per molto tempo giuridicamente non considerata tale. Altri ambiti in cui è a lungo intervenuta una legittimazione culturale riguardano, ad es., l'uso di mezzi di correzione fisici contro i fanciulli o i comportamenti violenti tra coniugi e, ancora, la violenza rivolta contro categorie e gruppi marginali o minoritari e, in generale, contro individui che occupano ruoli sociali screditati o esercitano attività disprezzate (come la prostituzione), i quali sono stati sempre oggetto preferenziale di aggressione.

A livello macrosociale, un esempio impressionante dell'azione di questi meccanismi di legittimazione culturale è costituito dalla guerra, le cui dinamiche fanno sì che repentinamente milioni di persone, anziani e bambini inclusi, non siano più percepite come vittime ma come “nemici”. Abbiamo avuto casi recenti come quello degli “stupri etnici” in Bosnia nei quali le forme più abbiette di delinquenza comune sono state legittimate come strategie di guerra. In altre situazioni, come nella Guerra del Golfo, il livello tecnologico del conflitto e la gestione delle immagini hanno consentito di rendere invisibili - e quindi inesistenti - le innumerevoli vittime civili delle operazioni belliche.

Accanto a tutte queste situazioni particolari esiste naturalmente una larga fascia di reati comuni per le cui vittime sorge di solito quella partecipazione emotiva immediata che si esprime in sentimenti di sdegno, di solidarietà, di simpatia umana. Si tratta, tuttavia, di una percezione del tutto transitoria e destinata a mutarsi rapidamente.

Due sono le possibili evoluzioni: se l'autore del reato resta ignoto, la vittima è votata a un oblio sociale ben più radicale di quello che incombe sulle vittime di altro genere, come quelle di un terremoto, di un'alluvione o di un disastro ambientale.

Se invece il criminale, vero o presunto, viene individuato, si attiva - in tempi brevissimi, spesso dell'ordine di giorni - un paradossale spostamento di percezione., che è stato acutamente descritto da Ponti: «basterà che (...) il presunto colpevole diventi imputato, e che compaia dinnanzi a un tribunale, perchè già si verifichi un primo viraggio nelle reazioni pubbliche e l'interesse emozionale andrà mutando di oggetto. La vittima verrà posta in secondo piano, nel processo le sarà talora riserbato il ruolo di una intrusa a mala pena tollerata, e il nucleo focale dell'agire giudiziario parrà essere diventato non tanto l'accertare il vero, l'acclarare le colpe per il male inflitto e il porvi rimedio, quanto tutelare i diritti di chi è sottoposto a giudizio»

«Quando poi il colpevole viene posto in carcere in attesa del processo o per scontare la pena, si verifica un secondo e ancor più intenso viraggio: il detenuto è al centro delle attenzioni e preoccupazioni, e si troverà sempre qualcuno pronto a spezzare lance in suo favore, a denunciare (giustamente) i difetti del carcere, a chiedere più giustizia per chi la giustizia ha calpestato, senza più ricordare l'ombra di quella vittima che è pur sempre dietro le spalle di ogni reo. Equilibrio ed obiettività difficilmente supportano queste grida, pur nobili negli intenti; il torto fatto, l'offesa, la sofferenza, il diritto calpestato vengono scordati, si appannano col tempo, la vittima “non fa più notizia”».

Mi permetto di notare che vi è anche dell’altro, rispetto a ciò che osserva l’illustre Autore: quanto più il crimine è efferato, brutale, incomprensibile, tanto maggiore sorgerà l'interesse del pubblico - ma anche degli addetti ai lavori - nei confronti del reo, interesse che spesso darà origine a sentimenti di pietà, comprensione, fascinazione, ammirazione, mitizzazione: è il caso paradigmatico degli omicidi seriali, divenuti una delle nuove icone dell'immaginario collettivo del nostro tempo. Se a distanza di decenni ci si ricorda di Landrou e del “mostro di Firenze”, se dopo cento e più anni l'identità di Jack lo Squartatore è un enigma che appassiona, se dopo vari secoli la leggenda di Gilles de Rais ancora inquieta, l'oblio più totale è sceso sulle loro vittime: si direbbe che, nella percezione sociale, la fama dei carnefici duri secoli e la memoria delle vittime - nel migliore dei casi - si estingua nell'arco della vita di qualche congiunto.

Possiamo allora condividere quando, parlando di vittima, si afferma: «...siamo di fronte ad un soggetto assolutamente privo di rappresentatività sociale», non esiste una categoria sociale delle vittime della criminalità, «...nessuno la riconosce in qualche modo, né si sente di doverla rappresentare nella dinamica sociale».

3. I fattori storici e culturali dell'esclusione sociale delle vittime dei reati

Esistono vari fattori, situati a differenti livelli, che hanno concorso a determinare una così limitata percezione sociale della vittima.

In primo luogo lo stesso percorso storico-culturale che ha portato a ridefinire la natura e la finalità del processo penale, spostandone organismi e competenza in ambito integralmente pubblico, ha contribuito a distogliere sempre più l'attenzione sociale dalla figura della parte lesa. E’ quello che il norvegese Christie ha definito lo «scippo di competenza» operato dallo Stato ai danni della vittima, privandola del diritto di una piena partecipazione processuale . In realtà nessuna delle grandi correnti di pensiero protagoniste del lungo cammino di riforma dei sistemi di giustizia penale, a partire dagli Illuministi per giungere alla Scuola Positiva ed oltre, ha mai approfondito realmente le problematiche della vittima. Essa è stata anzi percepita come un soggetto ingombrante, da esorcizzare più che da accogliere, in quanto riproponeva i fantasmi inquietanti della faida e della giustizia sommaria: la via del progresso sembrava esigere la scomparsa di ogni spazio di intervento privato nel processo e nell'esecuzione della pena. Dal punto di vista della politica penale appariva decisamente più logico occuparsi del reo, ritenuto pericoloso ed ignorare la vittima, considerata inoffensiva.

In secondo luogo, più recentemente, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, penalisti, operatori del diritto, criminologi, sociologi, giornalisti ed intellettuali in genere hanno costantemente contribuito a focalizzare l'attenzione degli addetti ai lavori - ma anche dell'opinione pubblica - esclusivamente sulle caratteristiche, sui diritti e sui bisogni del reo, contribuendo potentemente a creare un clima culturale indifferente, talvolta addirittura ostile nei confronti delle istanze poste dalle vittime del crimine, collocate anzi in una posizione ideologicamente sospetta. Occuparsi di queste ultime poteva apparire politically uncorrect, esporre all'accusa di alimentare campagne reazionarie stile Law and Order, di speculare su riprovevoli sentimenti di vendetta e di rivalsa per ottenere svolte repressive.

Sul piano speculativo, la criminologia della reazione sociale e ancor più la criminologia critica degli anni '70, negando oggettività alla condotta antisociale, considerata come frutto di stigmatizzazioni selettive, finivano per annichilire ulteriormente la figura della vittima, rendendola quasi complice inconsapevole di processi di esclusione e criminalizzazione.

Anche la stessa Vittimologia, in un primo tempo, ha dato il suo contributo alla scotomizzazione della realtà della vittima, studiandone il ruolo nella genesi del reato e diffondendo talvolta messaggi confusivi, ambiguamente colpevolizzanti, come quello di un Autore che, riferendosi ai casi di particolari interazioni tra soggetto attivo e passivo, afferma che «può essere più appropriato analizzare il crimine come una forma di interazione sociale che scaturisce da specifici contesti sociali in cui la distinzione tra delinquente e vittima non è sempre concettualmente utile». Non a caso le correnti scientifiche successive, attente alle problematiche ed alle esigenze delle parti lese sono state definite “nuova vittimologia” o “vittimologia umanistica” e da taluno ribattezzate “vittimagogia”, ad indicare «lo studio degli effetti del crimine sulle vittime e dei metodi legali, sociali e di altra natura per ridurre questi effetti», distinto dalla vittimologia tradizionale, finalizzata prevalentemente «ad acquisire conoscenza».

4. I fattori psicologici

Tuttavia processi storici e mode ideologiche non spiegano che parzialmente i meccanismi attraverso i quali le vittime della delinquenza vengono percepite, mentre appare necessario richiamare dinamiche psichiche profonde e spesso inconsce.

La psicologia sociale ha interpretato le radici dei processi di “devalorizzazione” delle vittime di atti criminosi riportandole a dinamiche attribuzionali. In effetti l’uomo della strada tende a considerare la vittima utilizzando una “psicologia intuitiva”, in cui la diversità dei comportamenti viene attribuita soprattutto alle caratteristiche personali dei soggetti, valutati con largo utilizzo di stereotipi e con una assai scarsa considerazione per il peso delle forze ambientali. Queste percezioni sarebbero fortemente influenzate dai meccanismi di quella che Lerner ha definito «ipotesi del mondo giusto».

Secondo tale ipotesi, per controllare l’angoscia derivante dall’impossibilità di prevedere e controllare il mondo che lo circonda, l’essere umano avverte il bisogno di credere in un mondo in cui «la gente ottiene ciò che merita e merita ciò che ottiene», in altre parole, nell’esistenza di un rapporto diretto fra i comportamenti degli individui e i risultati che ne conseguono. In conseguenza di questa visione del mondo, l’osservatore tenderà ad attribuire alla vittima di una disgrazia o di un reato una qualche responsabilità per quanto è accaduto, in accordo col seguente ragionamento: «se gli individui possono attribuire alla vittima caratteristiche che meritano di essere punite, allora il danno morale e fisico può essere considerato appropriato e giusto».

Un altro Autore, Shaver, parlando di «attribuzione difensiva» ha evidenziato il peso della “rilevanza” nell’attribuzione di responsabilità, ossia «della percezione da parte dell’osservatore che un certo evento potrebbe riguardarlo da vicino quanto al suo accadimento». Tale concetto di rilevanza appare connesso a due fattori: la similarità situazionale, vale a dire la percezione delle circostanze in cui si è trovata la vittima e quelle in cui realmente si trova o potrebbe trovarsi l’osservatore, e la similarità personale, cioè la percezione della somiglianza tra le caratteristiche personali dei due soggetti. Si è riscontrato che, a parità di somiglianza situazionale, gli osservatori tendono ad attribuire minori responsabilità in un evento negativo alla vittima con caratteristiche personali simili alle loro. Il grado di responsabilità attribuita sarebbe addirittura inversamente proporzionale alla percezione della somiglianza personale.

Occorre sottolineare che l’attribuzione di responsabilità è un processo che può essere elaborato dalla stessa vittima, soprattutto nell’ambito di determinati reati, come quelli sessuali. Ancora una volta alla base del meccanismo vi è la forte angoscia per l’imprevedibilità dell’evento, in quanto tale caratteristica implica la possibilità che esso si ripeta: l’autoattribuzione di responsabilità (frequente nei casi di violenza sessuale e non confermata dai fatti) può fornire un’illusione di controllo sullo sviluppo degli eventi. E’ la conseguenza dell’errore fondamentale di attribuzione, per cui l’attributore tende a sottovalutare il ruolo dei fattori riferibili alla situazione ed a sopravvalutare quello dei fattori disposizionali nel controllo e nella guida del comportamento.

I processi attribuzionali descritti possono avere riflessi anche nell’ambito dell’iter giudiziario, che può essere influenzato dal modo in cui la vittima è percepita dagli operatori del sistema penale (polizia, pubblici ministeri, giudici) e dalle modalità con cui essa svolge il suo ruolo all’interno del processo. Le caratteristiche personali della vittima (sesso, età, classe sociale, rispettabilità, personalità, aspetto fisico) e comportamentali (prima, durante e dopo il reato) sono in grado di influenzare lo stesso esito del processo.

In realtà, la transitoria partecipazione emotiva e la solidarietà per la vittima raramente approdano a veri sentimenti di identificazione, in quanto lo status di vittima è un indicatore di passività, è il prototipo di chi subisce l'azione altrui, di chi è inadeguato e non sa difendersi, di un loser: «essere stato vittima di un reato molte volte è anche indice di un fallimento».

Quella straordinaria cartina di tornasole dell'immaginario collettivo contemporaneo che è il cinema, chiarisce assai bene a chi vanno normalmente le simpatie più o meno esplicite degli spettatori: dallo straordinario apologo de “L'Arancia meccanica”, all' inquietante ed estrema vicenda de “Il silenzio degli innocenti”, si incontra una lunga galleria di criminali di successo e un'altrettanto lunga galleria di vittime ignorate, disprezzate, ridicolizzate. Le uniche eccezioni confermano perfettamente la regola e concernono le vittime che si ribellano, che rifiutano il proprio ruolo scambiandolo con quello dell'aggressore, divenendo “vittime criminali”: basti richiamare la serie degli innumerevoli “giustizieri”.

Ad agire non sono soltanto la seduzione del vincente, la fascinazione del più forte - che pure tendono a rivestire una sempre maggiore importanza in una società fortemente competitiva come la nostra - ma intervengono anche dinamiche più profonde, che concernono ciò che in psicanalisi è stata definita “identificazione con l'aggressore” e che attiene a quel meccanismo inconscio di difesa, particolarmente evidente nei giochi infantili, per cui si impersona ciò di cui si ha paura e si vorrebbe sopprimere (il diavolo, il fantasma, ecc.). Infine esiste anche un aspetto della percezione delle vittime che è strettamente legato al predominio assoluto dell'immagine, alla spettacolarizzazione continua tipica del nostro tempo. In una società a copertura televisiva globale, il criminale efferato, il “mostro” - nel senso etimologico di monstrum ossia di prodigio, portento - costituisce una risorsa emotiva preziosissima per il suo carattere percepito insieme come straordinario e misterioso. Nulla di tutto questo vale per le vittime, che possono offrire solo lo spettacolo del proprio dolore, peggio ancora se sopportato con dignità: una magra risorsa per i mass-media.

5. Le conseguenze della rimozione sociale della vittima

La scarsa o nulla percezione sociale delle vittime dei reati è il risultato di un processo complesso, ma le sue conseguenze sono assai gravi.

A livello individuale, nei singoli casi, diviene molto più difficile, talvolta impossibile, superare completamente le sofferenze psicologiche e morali indotte da un atto criminoso, senza contare i problemi materiali - primi fra tutti quelli economici - che spesso si manifestano, contribuendo ad aggravare il c.d. “danno secondario”. Ricordo che il danno secondario è quello successivo alla commissione del reato, determinato dagli effetti negativi indotti sulla parte lesa dalla risposta sociale formale (dipendente dal comportamento inadeguato delle forze di polizia e dell’apparato giudiziario) e informale (dipendente dal comportamento di familiari, amici e conoscenti delle vittime) alla vittimizzazione.

Più in generale si diffonde un clima di diffidenza e di distacco nei confronti delle istituzioni, percepite come lontane, astratte, indifferenti, la cui manifestazione più evidente è la mancata denuncia del reato subito. Dati forniti da diverse fonti concordano nell'indicare, per l’Italia, in una percentuale vicina al 50% le mancate denunce sul totale dei reati effettuati (ovviamente il grosso della percentuale è costituita da reati minori): è una scelta dettata dalla sfiducia che finisce per rendere ancora più invisibili le vittime stesse.

In alternativa sorgono le risposte in termini di difesa privata di tipo passivo - porte blindate, finestre antisfondamento, sofisticati sistemi antifurto - ed attivo - acquisto di armi, contratti con polizie private - spesso alimentati da interessati “mercati della paura”. Ne consegue un’ulteriore crescita del sentimento di insicurezza sociale, più dannoso e pericoloso - per la coesione della comunità - dello stesso aumento della criminalità reale.

Così negli ultimi anni le vittime si sono confrontate da una parte con la rimozione e la diffidenza, dall'altra con la strumentalizzazione di chi intendeva parlare al loro posto.

E' quindi indispensabile promuovere un generale mutamento nella percezione delle vittime dei reati, onorare finalmente, come è stato detto, i grossi debiti che, negli ultimi decenni, il sistema della giustizia penale e l'intera società hanno accumulato nei loro confronti, giungendo a promuoverne una visione culturale veramente solidaristica e condivisa. Interessarsi della vittima del reato non significa favorire il ritorno alla repressione e alla faida, come talvolta è stato paventato da alcuni illustri vittimologi , ma piuttosto prevenire il degrado e l'imbarbarimento delle relazioni sociali e favorire la ricerca di una giustizia veramente equa ed efficace per tutti.

1. Non è un caso che in una recentissima proposta di legge, elaborata in Italia dalla Commissione sui problemi e sul sostegno delle vittime dei reati, sia prevista l’istituzione di una “giornata della memoria” per le vittime del crimine.

2. Cfr. PITTARO P., La vittima nel quadro della vittimologia, in GULOTTA G., VAGAGGINI M., Dalla parte della vittima, Giuffrè, Milano, 1980.

3. PONTI G., Compendio di Criminologia, Milano, Cortina ed., IV ed., 1999, p.678.

4. WATSON RODNEY D., Some Conceptual Issues in the Social Identification of Victims and Offenders, in VIANO E.C.(ed.), Victims and Society, Visage Press, Washington D.C., 1976, pp.60-61

5. Cfr. CUMBERBACH G.,, BEARDSWORTH A., Criminals, Victims and Mass Communications, in VIANO, op.cit., 1976, p.79 Esistono differenze anche in rapporto al tipo di reati: è noto come i media tendano a sovrarappresentare i delitti contro la persona e a sottorappresentare i reati contro la proprietà.

6. MAWBY R.L., WALKLATE S., Critical Victimology, Sage, London, 1994.

7. GULOTTA G., CABRAS C., La ricerca empirica sulla vittima, in PONTI G. (a cura di), Tutela della vittima e mediazione penale, Giuffrè, 1995, p.171.

8. Il concetto di "vittima culturalmente legittima" fu usato per la prima volta da Weis e Borges nel 1973, per descrivere le vittime della violenza carnale WEIS K., BORGES S., Victimology and Rape. The Case of the Legitimate Victim, in Issues in Criminology, 1973, 8, 71.

9. CONKLIN J., The Impact of Crime, New York, McMillan, 1975.

10. Vale la pena di ricordare che, nelle modalità dei conflitti sviluppatisi negli anni '90, dopo il dissolvimento del Blocco orientale, da taluno denominati “nuove guerre”, le vittime sono in larghissima maggioranza vittime civili: alla fine del XIX secolo in guerra il rapporto tra perdite militari e civili in guerra era di 8 a 1, mentre un secolo dopo è divenuto più o meno di 1 a 8 (Cfr. KALDOR M., Le nuove guerre, Roma, Carocci, 1999, p.18).

11. PONTI G., Riparazione dei torti e giustizia conciliativa, in PONTI G. (a cura di), Tutela della vittima e mediazione penale, Milano, Giuffrè, 1995, p.4.

12. SCATOLERO D., Gli interventi sociali in favore della vittima, in PONTI (a cura di), Tutela della vittima, op.cit., p.130.

13. CHRISTIE N., Conflicts as Property, in British Journal of Criminology, 1977, 17, 1.

14. SMITH S., Crime, Space and Society, Cambridge University Press, 1986

15. VAN DIJK J.J.M., Research and the Victim Movement in Europe, in Council of Europe, Research on Victimization, Strasbourg, 1985.

16. GULOTTA G., I processi di attribuzione nella psicologia interpersonale e sociale, Franco Angeli, Milano, 1982.

17. LERNER M.J., Observer’s evaluation of a victim: justice, guilt and veridical perception, in Journ. of Personality and Soc. Psychology, 1971, 20, 127.

18. LERNER M.J., Social Psychology of Justice and Interpersonal Attraction, in HUSTON T. (ed.), Foundation of Interpersonal Attraction, New York, Academic Press, 1974.

19. SHAVER K.G., Defensive attribution: effects of severity and relevance on the responsability assigned for an accident, in Journ. of Personality and Soc.Psychology, 1970, 14, 101.

20. GULOTTA G., DE CATALDO NEUBERGER L., Prospettive sistemiche e attribuzionali in Vittimologia, relazione al Convegno Internazionale di Vittimologia, Siracusa, 3-9 gennaio 1982

21. BULMAN R.J., WORTMAN C.B., Attribution of blame and coping in the real world: severe accident victim reats to their lot, in Journ. of Personality and Social Psychology, 1977, 5, 35.

22. GULOTTA G., RIBONI M., La vittima, in GULOTTA G. (a cura di), Trattato di psicologia giudiziaria, Giuffrè, Milano, 1987, p.332.

23. Cfr. FATTAH E.A., Some recent theoretical developments in victimology, in Victimology: An International Journal, 1979, 198.

24. SCATOLERO D., op.cit., p.130.

25. CORRERA M.M., MARTUCCI P., PUTIGNANO C., Valori, disvalori e crimini nell’Italia alle soglie del Duemila. La percezione sociale del concetto di reato, Giuffrè, Milano, pp. 1 12-114.

26. Cfr. i timori espressi a suo tempo da FATTAH E.H., From Crime Policy to Victim Policy. Reorientering the Justice System, Macmillan, London, 1986. In realtà per la nuova vittimologia, come affermato anche da Van Dijk, la questione principale non è più soltanto quella di conoscere «che cosa la vittima ha fatto», ma anche «che cosa può essere fatto per la vittima».

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